Amore e psiche: Cass. pen., Sez. II, n. 25165/2019 in tema di truffa

Amore e psiche: Cass. pen., Sez. II, n. 25165/2019 in tema di truffa
Giugno 24, 2019 Avv. Simone Ferrari

di Simone Ferrari

La Corte d’Appello confermava la sentenza del Tribunale con la quale l’imputato era stato condannato alla pena di anni due e mesi sei di reclusione ed € 1.500,00 di multa in ordine al delitto di truffa aggravata, oltre al risarcimento del danno in favore della parte civile.

Si contestava di avere con artifizi e raggiri – consistiti nell’avviare una relazione sentimentale con la persona offesa (molto più grande di lui), nel proporle falsamente l’acquisto in comproprietà di un appartamento (e poi di altro appartamento) consegnandole anche fotografie dello stesso, nel richiederle prestiti proponendole la cointestazione di quote societarie – indotto in errore la donna circa l’effettivo acquisto dell’immobile e sulla situazione economica della propria società, facendosi consegnare ingenti somme di denaro, in tal modo procurandosi un ingiusto profitto con pari danno per la persona offesa.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione l’imputato: il ricorso veniva però rigettato dalla Corte Suprema.

Infatti, la Corte di merito ha escluso che l’intenzione della vittima di acquistare l’appartamento fosse dovuta ad un intento speculativo (in tal senso sono stati valorizzati sms dall’eloquente contenuto “amoroso”) e ha correlato tale determinazione all’acquisto (e al versamento del relativo importo) al progetto, prospettatole dall’uomo, di vivere insieme e così, analogamente, anche per le successive dazioni di denaro, correlate all’acquisto di un appartamento migliore, ovvero all’acquisizione di quote societarie o, infine, a difficoltà economiche dell’imputato, il quale la induceva a rilasciargli ulteriori due assegni.

Orbene, il quesito posto dal ricorrente è se la menzogna riguardante i propri sentimenti amorosi possa o meno costituire un artificio o raggiro rilevante ai fini dell’integrazione del delitto di truffa.

A tale quesito la Corte d’Appello ha risposto in senso affermativo, sottolineando che la condotta del ricorrente era consistita non (solo) nel simulare sentimenti d’amore, ma nel coordinare la menzogna circa i propri sentimenti con ulteriori e specifici elementi (il progetto di vita in comune, l’investimento societario) idonei, insieme ad essa, ad avvolgere la psiche del soggetto passivo in modo da assumere l’aspetto della verità e a trarre in errore.

Tale decisione appare corretta in diritto: in casi del genere la truffa non si apprezza per l’inganno riguardante i sentimenti dell’agente rispetto a quelli della vittima, ma perché la menzogna circa i propri sentimenti è intonata con tutta una situazione atta a far scambiare il falso con il vero operando sulla psiche del soggetto passivo.

A tal proposito va chiarito che, per ricostruire l’elemento oggettivo del reato, si deve tener presente la concatenazione delle note modali della condotta truffaldina e dei conseguenti eventi, nella sequenza indicata dal legislatore (artifizi o raggiri – induzione in errore – atto dispositivo – danno patrimoniale e profitto ingiusto), sottolineando in particolare che, ai fini dell’individuazione della condotta truffaldina, occorre accertare l’idoneità ingannatoria degli artifizi o raggiri e il nesso causale fra l’inganno e l’errore della vittima la quale, incisa nella sua sfera volitiva da falsi motivi, si determina ad una certa scelta patrimoniale che altrimenti non avrebbe effettuato.

Non si intende affermare la rilevanza penale di condotte ingannatorie riguardanti i sentimenti provati, inducenti di per sé a compiere atti dispostivi pregiudizievoli, quanto piuttosto l’illiceità di comportamenti che sfruttando la situazione di debolezza della vittima, nella specie coinvolta in una relazione sentimentale, hanno dato luogo a falsi motivi, determinanti la scelta patrimoniale del disponente.

Va detto infatti che gli artifici – intesi come manipolazione esterna della realtà provocata mediante la simulazione di circostanze inesistenti o, per contro, mediante la dissimulazione di circostanze esistenti – o il raggiro – consistente in un’attività simulatrice, sostenuta da parole o argomentazioni atte a far scambiare il falso con il vero – sono entrambi mezzi per creare un erroneo convincimento, passando il primo attraverso il camuffamento della realtà esterna ed operando il secondo direttamente sulla psiche del soggetto.

Del resto, l’idoneità dell’artificio e del raggiro deve essere valutata in concreto, ossia con riferimento diretto alla particolare situazione in cui è avvenuto il fatto e alle modalità esecutive dello stesso; segnatamente, l’idoneità degli artifici e raggiri risulta dalla verifica della sussistenza del nesso causale fra azione ed evento, mentre non ha rilievo l’asserita mancanza di diligenza, di controllo e di verifica da parte della persona offesa essendo sufficiente, per l’esistenza del reato, accertare che l’errore in cui è caduta la vittima sia stato conseguenza di detti artifici o raggiri.

Nel caso di specie, la Corte territoriale ha dato atto della menzogna dell’imputato sia in relazione ai sentimenti provati, sia in concreto in relazione al proposito di vita in comune, elementi che, complessivamente considerati e riprodotti nel tempo, ingenerarono nella donna la falsa convinzione circa l’effettiva realizzazione di quel progetto di vita sul quale si innestarono le disposizioni patrimoniali frutto, appunto, di tale indotto, erroneo convincimento.