Cass. pen., Sez. III, n. 29979/2019 sui reati edilizi e paesaggistici

Cass. pen., Sez. III, n. 29979/2019 sui reati edilizi e paesaggistici
Luglio 16, 2019 Avv. Simone Ferrari

di Simone Ferrari

Con ordinanza il giudice dell’esecuzione presso la sezione distaccata di Ischia ha revocato l’ordine di demolizione disposto dalla Procura della Repubblica di Napoli sulla base del principio per cui l’intervenuto condono c.d. ambientale di cui alla L. n. 308/2004 implica l’inapplicabilità dell’ordine di demolizione delle opere abusive ex art. 31 co. 9 DPR n. 380/2001.

Avverso l’ordinanza del giudice dell’esecuzione il PM del Tribunale di Napoli ha proposto ricorso per cassazione.

Va, preliminarmente, evidenziata la diversità della disciplina dettata in materia di interventi di tipo paesaggistico o edilizio, che si traduce innanzitutto nell’intervenuta redazione di distinti testi normativi (rispettivamente corrispondenti al D.Lgs. n. 42/2004 e al DPR n. 380/2001), fondamentali, seppur non esaustivi delle predette, complesse materie.

La citata distinzione trova peculiare espressione in materia di c.d. “sanatoria” in senso stretto, nozione quest’ultima riferibile alle ordinarie procedure amministrative attraverso cui sia possibile, a determinate condizioni, superare e, quindi, “sanare”, l’illiceità o l’illegittimità di determinati tipi di intervento in materia edilizia o paesaggistica. Concetto come tale distinto rispetto ai casi di c.d. “condono”, riguardanti procedure amministrative di tipo eccezionale, riconducibili quindi a fattispecie di “sanatoria” in senso lato.

Nell’ambito della prima nozione, e con riferimento alla materia edilizia e urbanistica, rileva, con riguardo alle fattispecie di reato, la disposizione di cui all’art. 36 DPR n. 380/2001, ai sensi della quale il permesso di costruire rilasciato a seguito di accertamento di conformità estingue i reati contravvenzionali previsti dalle norme urbanistiche vigenti, ma non i reati paesaggistici previsti dal D.Lgs. n. 42/2004, che sono soggetti ad una disciplina difforme e differenziata, legittimamente e costituzionalmente distinta, avente oggettività giuridica diversa, rispetto a quella che riguarda l’assetto del territorio sotto il profilo edilizio.

Proprio il diverso quadro costituzionale e la distinta oggettività giuridica, sottesi alla separata disciplina in materia paesaggistica, spiegano come, diversamente da quanto disposto con il citato art. 36, il rilascio postumo dell’autorizzazione paesaggistica da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo, non determina l’estinzione del reato paesaggistico (art. 181 D.Lgs. n. 42/2004); ciò in quanto tale effetto non è espressamente previsto da alcuna disposizione legislativa avente carattere generale, atteso altresì il divieto di rilascio postumo dell’autorizzazione paesaggistica. Cosicché il nulla osta paesaggistico sopravvenuto, ove adottato, ha solo l’effetto di escludere l’emissione o l’esecuzione dell’ordine di rimessione in pristino dello stato dei luoghi limitatamente a quello previsto dall’art. 181 co. 2 D.Lgs. n. 42/2004.

Costituisce un’eccezione al predetto principio la disciplina di cui all’art. 1 co. 36 L. n. 308/2004, che ha introdotto la possibilità di una valutazione postuma della compatibilità paesaggistica, limitata tuttavia solo ad alcuni interventi minori; all’esito della stessa, pur restando ferma l’applicazione delle misure amministrative ripristinatorie e pecuniarie di cui all’art. 167 D.Lgs. n. 42/2004, non si applicano le sanzioni penali stabilite per il reato contravvenzionale contemplato dall’art. 181 co. 1 D.Lgs. n. 42/2004. Si tratta, in particolare: dei lavori, realizzati in assenza o difformità dall’autorizzazione paesaggistica, che non abbiano determinato creazione di superfici utili o volumi ovvero aumento di quelli legittimamente realizzati; dell’impiego di materiali in difformità dall’autorizzazione paesaggistica; dei lavori configurabili quali interventi di manutenzione ordinaria o straordinaria, ai sensi dell’art. 3 DPR n. 380/2001.

Nei casi anzidetti, la non applicabilità delle sanzioni penali è subordinata – in ogni caso – all’accertamento della compatibilità paesaggistica dell’intervento “secondo le procedure di cui all’art. 181 co. 1 quater D.Lgs. n. 42/2004″, introdotto dalla L. n. 308/2004: deve essere presentata, in particolare, apposita domanda all’autorità preposta alla gestione del vincolo e detta autorità deve pronunciarsi entro il termine perentorio di 180 giorni, previo parere vincolante della Soprintendenza, da rendersi entro il termine, anch’esso perentorio, di 90 giorni.

Ulteriore eccezione al principio della non sanabilità dell’illecito paesaggistico in via ordinaria è data dalla previsione di cui all’art. 181 co. 1 quinquies D.Lgs. n. 42/2004, ai sensi del quale la rimessione in pristino delle aree o degli immobili soggetti a vincoli paesaggistici, da parte del trasgressore, prima che venga disposta d’ufficio dall’autorità amministrativa, e comunque prima che intervenga la condanna, estingue il reato di cui al comma 1.

Esprimono la rappresentata diversità di disciplina in materia di abusi edilizi e paesaggistici anche le disposizioni dettate, fra l’altro, in tema di demolizione e/o ripristino dei luoghi.

Infatti, da una parte, per gli abusi edilizi il legislatore ha elaborato al riguardo le norme di cui agli artt. 31 (in tema di demolizione di interventi eseguiti “in assenza di permesso di costruire, in totale difformità o con variazioni essenziali”), 33 (“interventi di ristrutturazione edilizia in assenza di permesso di costruire o in totale difformità”), 34 (“interventi eseguiti in parziale difformità dal permesso di costruire”) e 35 (“interventi abusivi realizzati su suoli di proprietà dello Stato o di enti pubblici”) DPR n. 380/2001, ed alle stesse ha in alcuni casi ricollegato, a fronte dell’omessa demolizione d’iniziativa dell’interessato, conseguente all’ingiunzione demolitoria comunale, anche l’acquisizione del bene al patrimonio dell’ente locale; dall’altra, con riguardo agli abusi paesaggistici, ha nuovamente formulato una distinta regolamentazione.

In particolare, con l’art. 167 co. 1 D.Lgs. n. 42/2004 ha previsto, in caso di violazione degli obblighi e degli ordini previsti dal Titolo I della Parte Terza (inerente i “beni paesaggistici”), l’obbligo del trasgressore di procedere alla rimessione in pristino a proprie spese, fatti salvi i casi di sopravvenuto giudizio di compatibilità paesaggistica dell’intervento, secondo quanto previsto al comma 4 del medesimo articolo. Quindi, con riferimento agli illeciti paesaggistici di cui all’art. 181 D.Lgs. n. 42/2004, ha stabilito al comma 2 che con la sentenza di condanna viene ordinata la rimessione in pristino dello stato dei luoghi a spese del condannato.

Giova infine sottolineare anche la diversità dei beni giuridici tutelati: mentre in tema di reati edilizi l’interesse protetto è sia quello formale della realizzazione della costruzione nel rispetto del titolo abilitativo sia quello della tutela sostanziale del territorio, il cui sviluppo deve avvenire in conformità alle previsioni urbanistiche, in tema di illeciti paesaggistici viene tutelato il paesaggio e l’armoniosa articolazione e sviluppo dell’ambiente.

Ne consegue che in assenza di specifiche disposizioni normative, l’assetto normativo dettato in materia paesaggistica e in quella edilizia ed urbanistica emerge e si configura tendenzialmente in piena autonomia.

Ciò significa che l’eventuale venir meno dell’obbligo di ripristinare lo status quo ante dei luoghi, di cui alla citata previsione contenuta nell’art. 181 D.Lgs. n. 42/2004, in ragione della sopravvenuta operatività del c.d. “condono ambientale” di cui all’art. 1 co. 36 L. n. 308/2004, non implica, in via automatica, anche una situazione di incompatibilità con il distinto ordine di demolizione emesso ai sensi dell’art. 31 co. 9 DPR n. 380/2001, siccome correlato ad una differente tutela di beni giuridici diversi da quelli cui inerisce la predetta disciplina di tipo paesaggistico.

Peraltro, l’eventuale incidenza del “condono ambientale” anche sui profili edilizi del medesimo immobile non può prescindere dalla necessità che si verta sulla medesima tipologia di interventi. In altri termini, posto che il predetto “condono ambientale” opera, a date condizioni sostanziali e procedurali, solo in rapporto ad interventi “minori” (sostanzialmente riconducibili alle tipologie della manutenzione), esso non potrà mai assumere, neppure in astratto, riflessi su interventi tipologici edilizi di maggiore spessore e di carattere penale.

In conclusione, la Corte Suprema ha annullato l’ordinanza impugnata, con rinvio al Tribunale di Napoli per procedere a nuovo esame.