Il disastro ambientale: una norma che può salvare la Terra

Il disastro ambientale: una norma che può salvare la Terra
Novembre 19, 2019 Avv. Simone Ferrari

di Simone Ferrari

Il disastro ambientale è un nuovo reato previsto dall’art. 452 quater codice penale, inserito dalla Legge n. 68/2015:

“fuori dai casi previsti dall’art. 434, chiunque abusivamente cagiona un disastro ambientale è punito con la reclusione da cinque a quindici anni. Costituiscono disastro ambientale alternativamente:

1) l’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema;

2) l’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali;

3) l’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

Quando il disastro è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata”.

La condanna per questo delitto, se commesso in danno o a vantaggio di un’attività imprenditoriale, o comunque in relazione ad essa, importa l’incapacità di contrattare con la Pubblica Amministrazione (art. 32 quater c.p.).

Inoltre, ex art. 25 undecies D.Lgs. n. 231/2001, in relazione alla commissione del reato in discorso si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 400 a 800 quote; oltre a ciò, si applicano le sanzioni interdittive (interdizione dall’esercizio dell’attività; sospensione o revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito; divieto di contrattare con la Pubblica Amministrazione, salvo che per ottenere le prestazioni di un pubblico servizio; esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi ed eventuale revoca di quelli già concessi; divieto di pubblicizzare beni o servizi).

Se infine taluno dei fatti di cui all’art. 452 quater c.p. è commesso per colpa, le pene previste dal medesimo articolo sono diminuite da un terzo a due terzi; e se dalla commissione dei fatti appena detti deriva il pericolo di disastro ambientale le pene sono ulteriormente diminuite di un terzo (art. 452 quinquies c.p.). Ex art. 25 undecies D.Lgs. n. 231/2001, in relazione alla commissione del reato in parola si applica all’ente la sanzione pecuniaria da 200 a 500 quote.

Sul delitto di disastro ambientale è di recente intervenuta una significativa sentenza della Corte Suprema di Cassazione (Cass. pen., Sez. III, n. 29901/2018).

Nel caso di specie, la condotta contestata ad un sindaco e ad un responsabile dell’ufficio tecnico (settore gestione del territorio e lavori pubblici) si sarebbe concretata nella prolungata inerzia – a fronte di una situazione di elevato rischio di crollo, riscontrato riguardo ad un fabbricato totalmente abusivo – conseguente non soltanto all’inosservanza delle norme tecniche di legge che disciplinano l’attività edificatoria, ma anche all’instabilità del sottosuolo dovuta all’attraversamento tombale di un canale al di sotto del fabbricato.

In particolare, a seguito dell’improvvisa apertura di una voragine di circa 10 metri quadrati all’interno di un magazzino di proprietà di un privato, i Vigili del Fuoco riscontrarono la sussistenza di un concreto ed attuale pericolo di cedimento strutturale dell’intero edificio e dell’immobile adiacente, esposto a pericolo di crollo per induzione. Analoga situazione era stata riscontrata nel 2015, in occasione dell’apertura di un’altra voragine.

L’edificio oggetto di verifica, di cinque piani, presentava l’esplosione e il completo deterioramento di tre pilastri interni, in corrispondenza del nodo di congiunzione pilastro/trave, il copri ferro inesistente, e i ferri di armatura verticali, inefficaci, non venivano ritenuti idonei a garantire la sicurezza statica dell’edificio.

Entrambi gli edifici risultavano essere completamente abusivi, perché costruiti senza alcun titolo abilitativo e mai sanati o condonati.

A fronte di tale situazione, gli indagati emettevano due ordinanze con le quali si disponeva lo sgombero degli edifici e la chiusura al traffico di un tratto di strada. I provvedimenti, tuttavia, ad un successivo controllo risultavano non eseguiti, in quanto tutti gli appartamenti, tranne uno, risultavano abitati, gli esercizi commerciali erano aperti e sulla strada si circolava liberamente.

Ciò premesso, la Corte di Cassazione innanzitutto osserva che il delitto di disastro ambientale ha, quale oggetto di tutela, l’integrità dell’ambiente ed in ciò si distingue dal disastro innominato di cui all’art. 434 c.p., menzionato nella clausola di riserva, posto a tutela della pubblica incolumità, peraltro come norma di chiusura rispetto alle altre figure tipiche disciplinate dagli articoli che lo precedono.

Nei delitti contro l’incolumità pubblica, poi, si fa esclusivo riferimento ad eventi tali da porre in pericolo la vita e l’integrità fisica delle persone e il danno alle cose viene preso in considerazione solo nel caso in cui sia tale da produrre quelle conseguenze, tanto che la scelta del termine “incolumità” non è affatto casuale, mentre il disastro ambientale può verificarsi anche senza danno o pericolo per le persone, evenienza che viene chiaramente presa in considerazione quale estensione degli effetti dell’alterazione dell’ecosistema.

Un requisito del disastro ambientale è quello dell’abusività della condotta: la condotta “abusiva” è non soltanto quella svolta in assenza delle prescritte autorizzazioni o sulla base di autorizzazioni scadute o palesemente illegittime o comunque non commisurate alla tipologia di attività richiesta, ma anche quella posta in essere in violazione di leggi statali o regionali ovvero di prescrizioni amministrative.

La fattispecie descritta segnatamente nell’art. 452 quater, n. 3, c.p. si pone, di fatto, a chiusura del sistema di condotte punibili e riguarda qualsiasi comportamento che, ancorché non produttivo degli specifici effetti descritti nei numeri precedenti, determini un’offesa alla pubblica incolumità di particolare rilevanza per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi, ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

Va però rilevato che la collocazione di tale condotta nell’ambito dello specifico delitto di disastro ambientale deve necessariamente ritenersi riferita a comportamenti comunque incidenti sull’ambiente, rispetto ai quali il pericolo per la pubblica incolumità rappresenta una diretta conseguenza, pur in assenza delle altre situazioni contemplate dalla norma.

Resta da considerare, a questo punto, quale sia la nozione di ambiente da prendere in considerazione.

Sembra che il legislatore abbia inteso riferirsi alla più ampia accezione di ambiente, quella cosiddetta unitaria, non limitata ad un esclusivo riferimento agli aspetti naturali, ma estesa anche alle conseguenze dell’intervento umano, ponendo in evidenza la correlazione fra l’aspetto puramente ambientale e quello culturale, considerando quindi non soltanto l’ambiente nella sua connotazione originaria e prettamente naturale, ma anche l’ambiente inteso come risultato delle trasformazioni operate dall’uomo e meritevoli di tutela.

Inoltre, anche nella giurisprudenza costituzionale si rinvengono considerazioni che depongono nel senso di una concezione più ampia di ambiente, laddove si sostiene, ad esempio, che “oggetto di tutela, come si evince anche dalla Dichiarazione di Stoccolma del 1972, è la biosfera, che viene presa in considerazione, non solo per le sue varie componenti, ma anche per le interazioni fra queste ultime, i loro equilibri, la loro qualità, la circolazione dei loro elementi, e così via. Occorre, in altri termini, guardare all’ambiente come ‘sistema’, considerato cioè nel suo aspetto dinamico, quale realmente è, e non soltanto da un punto di vista statico ed astratto” (Corte cost. n. 378/2007).

Orbene, nella nostra fattispecie si tratta di edifici completamente abusivi, costruiti negli anni Ottanta del secolo scorso su terreno ad elevato rischio idrogeologico, che presentano lesioni strutturali dovute verosimilmente all’effetto dell’acqua che attraversa il sottosuolo e che rischiano di crollare, costituendo un pericolo per l’incolumità delle persone.

Tale situazione di pericolo non sarebbe stata evitata dagli indagati, i quali, pur avendo emesso le ordinanze di sgombero, non ne avrebbero poi curato l’effettiva esecuzione mediante l’allontanamento delle persone dalla zona interessata dal possibile crollo: la condotta omissiva è, in definitiva, astrattamente riconducibile all’ipotesi di cui all’art. 452 quater, n. 3, c.p.