La responsabilità penale del medico ostetrico: Cass. pen., Sez. IV, n. 19386/2019

La responsabilità penale del medico ostetrico: Cass. pen., Sez. IV, n. 19386/2019
Giugno 5, 2019 Avv. Simone Ferrari

di Simone Ferrari

La Corte d’Appello, in parziale riforma della sentenza di condanna resa dal Tribunale, in riferimento al delitto di lesioni colpose, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato per essere il reato estinto per prescrizione; il Collegio confermava nel resto la sentenza impugnata.

In assunto accusatorio l’imputato, in qualità di medico ostetrico, nel prestare assistenza al parto, cagionava lesioni personali gravi alla nascitura, concretatesi nella paralisi dell’arto superiore sinistro, con indebolimento permanente della funzione prensoria. Ciò in quanto il medico non rilevava i segni indicatori di una distocia di spalla, omettendo la relativa diagnosi; non poneva in essere la condotta doverosa, quale la riduzione del braccio anteriore del feto ed esercitava trazioni eccessive ed improvvide sul vertice fetale determinando la descritta lesione del plesso brachiale dell’arto superiore sinistro.

I periti avevano chiarito: che l’associazione d’arto era stata la causa di una distocia di spalla, da intendersi quale condizione di alterazione nella regolare discesa del feto; che in tal caso al sanitario sono imposte manovre codificate dalle leges artis, contenute nelle linee guida di riferimento; che l’imputato non aveva realizzato alcuna delle prescritte manovre di emergenza; che la lesione non poteva essere stata provocata da fattori intrauterini, come neppure da fattori verificatisi nella fase successiva all’estrazione del feto, quale una caduta all’atto del primo bagnetto.

Si era quindi ritenuta accertata la sussistenza del nesso di derivazione causale fra l’omissione e l’evento lesivo. Del resto, in tema di omicidio colposo, sussiste il nesso di causalità fra l’omessa adozione da parte del medico specialistico di idonee misure atte a rallentare il decorso della patologia acuta, colposamente non diagnosticata, e il decesso del paziente, quando risulta accertato, secondo il principio di controfattualità, condotto sulla base di una generalizzata regola di esperienza o di una legge scientifica, universale o statistica, che la condotta doverosa avrebbe inciso positivamente sulla sopravvivenza del paziente, nel senso che l’evento non si sarebbe verificato ovvero si sarebbe verificato in epoca posteriore o con minore intensità lesiva.

Inoltre, il ragionamento probatorio sviluppato dalla Corte d’Appello si completava con rilievi che attingono anche i profili di condotta attiva: in sentenza si sottolineava infatti che l’imputato esercitò ripetute pressioni sulla pancia della donna, pressioni incaute e del tutto sconsigliate nei casi di distocia di spalla.

La Corte territoriale precisava, altresì, che l’imputato non aveva effettuato le manovre codificate dalle leges artis, contenute nelle linee guida di riferimento; e che, anzi, non aveva posto in essere alcuna delle prescritte manovre di emergenza, realizzando una condotta gravemente imperita. Sul punto, evidenziava che le linee guida di riferimento imponevano specifiche manovre che l’imputato aveva omesso di attuare e che erano state realizzate diverse manovre, del tutto inappropriate rispetto alla situazione concreta.

A fronte di tali rilievi, la Cassazione ha escluso l’operatività delle disposizioni che si sono succedute negli ultimi anni sul tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria.

L’oggi abrogato art. 3 co. 1 DL n. 158/2012 (conv., con modif., da L. n. 189/2012), stabiliva che l’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve.

Secondo la Corte regolatrice, la novella del 2012 aveva escluso la rilevanza penale della colpa lieve, rispetto alle condotte lesive coerenti con le linee guida o le pratiche terapeutiche mediche virtuose, accreditate dalla comunità scientifica. In particolare, si era evidenziato che la norma aveva dato luogo ad una abolitio criminis parziale degli artt. 589 e 590 c.p., avendo ristretto l’area penalmente rilevante individuata dalle predette norme incriminatrici alla sola colpa grave.

La richiamata disciplina presuppone la realizzazione di condotte lesive coerenti con le raccomandazioni contenute nelle linee guida, di talché l’accertato discostamento dall’agire appropriato, da parte del prevenuto, esclude la riconducibilità della condotta nell’ambito applicativo della legge del 2012.

Ciò posto, il tema della responsabilità dell’esercente la professione sanitaria, per i reati di omicidio colposo e di lesioni colpose, è stato poi oggetto di un ulteriore intervento normativo, con il quale il legislatore ha posto mano nuovamente alla materia della responsabilità sanitaria, anche in ambito penale. Il riferimento è alla L. n. 24/2017 e, segnatamente, all’art. 6, che ha introdotto l’art. 590 sexies c.p., rubricato Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario.

Le Sezioni Unite penali n. 8770/2018 hanno ricostruito la portata precettiva di quest’ultima norma, ove è stabilito che qualora l’evento si sia verificato a causa di imperizia, la punibilità è esclusa quando sono rispettate le raccomandazioni previste dalle linee guida come definite e pubblicate ai sensi di legge ovvero, in mancanza di queste, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le raccomandazioni previste dalle predette linee guida risultino adeguate alle specificità del caso concreto.

In particolare, le Sezioni Unite hanno chiarito che l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica: a) se l’evento si è verificato per colpa (anche lieve) da negligenza o imprudenza; b) se l’evento si è verificato per colpa (anche lieve) da imperizia, quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali; c) se l’evento si è verificato per colpa (anche lieve) da imperizia nell’individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico-assistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto; d) se l’evento si è verificato per colpa grave da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico.

In conclusione, l’accertata inosservanza delle raccomandazioni contenute nelle linee guida, ed anzi l’esecuzione di manovre del tutto inadeguate rispetto al caso di specie, ha escluso l’applicabilità dei richiamati interventi normativi in tema di responsabilità sanitaria.